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La valutazione del paziente anziano con amiloidosi cardiaca da transtiretina

Redazione By 16 Maggio 2023Aprile 18th, 2024No Comments
Speciali
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Quali sono gli aspetti da considerare nella gestione clinica del paziente anziano con amiloidosi cardiaca? Come stabilire se il soggetto in questione deve essere avviato o meno ai trattamenti specifici per la patologia? Ne abbiamo parlato, nell’ultimo episodio del podcast di DrTalk Cardiology Amyloidosis on the spot, con Andrea Ungar, geriatra dell’Università di Firenze e presidente della Società italiana di gerontologia e geriatria.

Di seguito la trascrizione dell’episodio:

Fabio Ambrosino (Cardioinfo): Sebbene arrivare a una diagnosi di amiloidosi cardiaca da transtiretina sia oggi più semplice che in passato, grazie alla disponibilità di un algoritmo diagnostico non invasivo, molti casi sono ancora gravati da un importante ritardo diagnostico. Sopra i 65 anni, ad esempio, sono necessari in media tre anni di tempo e 17 visite specialistiche prima di arrivare alla diagnosi, con tutto ciò che questo comporta in termini prognostici. Nel caso dei pazienti più anziani, poi, la gestione clinica richiedere spesso di fare ulteriori valutazioni. Ne abbiamo parlato con Andrea Ungar, geriatra dell’Università di Firenze e presidente della Società italiana di gerontologia e geriatria.

Andrea Ungar: Qual è il problema? Il problema è che l’anziano è un paziente diverso, è un paziente nel quale noi dobbiamo… In tutte le patologie ma in particolare in ambito cardiogeriatrico questo sta venendo fuori sempre di più: dobbiamo inquadrarlo da un punto di vista funzionale, con una valutazione multidimensionale che ci dia in particolare il grado di performance fisica di questo paziente che noi dobbiamo inquadrare meglio per avere una sua prognosi.

Fabio Ambrosino (Cardioinfo): Una valutazione multidimensionale è infatti fondamentale per stabilire se il paziente anziano con amiloidosi cardiaca è fragile o meno. Una condizione, questa, che a parità di comorbilità si associa a una prognosi peggiore.

Andrea Ungar: Abbiamo delle scale, anche molto semplici visive tipo la Clinical Frailty scale che è molto usata e che distingue il paziente dal robusto al fortemente disabile. Ma abbiamo dei test di performance: nell’ambito cardiovascolare si usa molto la velocità del cammino e la Short Physical Performance battery, che è una scala molto semplice, si tratta di far alzare il sedere un paziente, una sedia, farlo camminare per quattro metri e fargli fare uno standing che mi dà un punteggio da 0 a 12. Bene, questo stratifica la prognosi, a parità di malattia, in maniera formidabile. Quindi è molto importante per le decisioni che dobbiamo prendere per i nostri pazienti magari molto anziani. Perché poi mettiamo un limite: anziano oggi è sopra i 75 anni, fino a 75 anni non si è anziani.

Fabio Ambrosino (Cardioinfo): Più complesso è invece il caso dei paziente anziano con età superiore agli 80 anni, soprattutto per quanto riguarda gli scenari che si aprono una volta raggiunta la diagnosi di amiloidosi cardiaca da transtiretina.

Andrea Ungar: Tutto questo diventa estremamente importante per le decisioni di trattamento. Perché chiaramente, come ho detto in precedenza, se lo stato funzionale e la fragilità fanno la prognosi, questo mi consente di decidere di iniziare oppure no un trattamento o magari un trattamento che oggi, come sappiamo, è impegnativo anche da un punto di vista economico, quando effettivamente questo ha ha un suo senso e quando soprattutto non è futile. Come decidere sulla futilità del trattamento? Non sulla base dell’età cronologica: l’età cronologica è ageistica. Se tu hai 85 anni ma sei funzionalmente autonomo e non fragile, bene, hai davanti un’aspettativa di vita che fa sì che è giusto iniziare un trattamento. Questo ovviamente non lo è se sei molto fragile. Ma non perché io non voglio curare il paziente fragile, ma perché la sua prognosi non è fatta dal cuore.

Fabio Ambrosino (Cardioinfo): La prognosi del paziente anziano con amiloidosi cardiaca da transtiretina dipende quindi soprattutto dalla presenza o meno di una condizione di fragilità. L’età anagrafica, di conseguenza, non è un fattore sufficiente a stabilire l’elegibilità al trattamento, che dovrebbe invece dipendere da una valutazione multidimensionale basata sull’età biologica e lo stato funzionale del paziente.