
Un calo della variabilità della frequenza cardiaca sullo smartwatch può suscitare preoccupazione, ma quale significato clinico attribuirgli? L’indicatore, noto come heart rate variability (HRV), è proposto dai produttori come misura di stress, recupero e salute. Un’analisi del cardiologo Eric Topol, ripresa da CARE, richiama però la distanza tra queste promesse e le evidenze disponibili: misurare un parametro fisiologico non equivale a dimostrarne l’utilità per orientare decisioni cliniche.
La prima distinzione riguarda il segnale. L’HRV descrive le variazioni degli intervalli tra battiti normali, misurate mediante elettrocardiogramma. I sensori ottici degli smartwatch rilevano invece le oscillazioni del volume ematico periferico attraverso la fotopletismografia, ricavando la variabilità del polso, o pulse rate variability (PRV). Quest’ultima risente anche delle caratteristiche vascolari e della propagazione dell’onda pulsatile: l’equivalenza con l’HRV non può essere presupposta.
Uno studio trasversale pubblicato su Frontiers in Physiology ha confrontato registrazioni ECG e fotopletismografiche in 931 persone reclutate in un centro ospedaliero, molte con patologie croniche (1). Gli autori hanno analizzato tre indici di variabilità, valutandone correlazione e concordanza. Le misure ottiche sottostimavano gli indici elettrocardiografici, con differenze anche nei partecipanti con malattie cardiovascolari. Il risultato invita alla cautela soprattutto nell’estendere ai pazienti cardiologici validazioni ottenute in piccoli campioni di soggetti sani.
Una revisione sistematica su Sensors, comprendente 43 studi, conferma questa prudenza (2). Solo dieci fornivano dati sufficienti per la sintesi quantitativa, prevalentemente raccolti a riposo o in condizioni controllate. Gli errori medi contenuti osservati in questi contesti non dimostrano l’intercambiabilità tra PRV e HRV durante esercizio, stress o vita quotidiana, né possono essere generalizzati a tutti i dispositivi.
Il secondo limite è interpretativo. L’associazione tra bassa HRV e mortalità non dimostra che aumentarla migliori la prognosi. In un’analisi della UK Biobank su 46.075 partecipanti, una minore HRV misurata era associata a maggiore mortalità, mentre quella predetta geneticamente non lo era. Un risultato che lascia aperta la questione causale e non giustifica l’uso dell’indicatore come obiettivo terapeutico (3).
Il dato, quindi, deve sempre essere contestualizzato rispetto a sintomi, anamnesi e misurazioni validate. Sonno, alcol, attività fisica, farmaci e modalità di registrazione possono modificarlo. Anche i “punteggi di prontezza”, ottenuti combinando più parametri con algoritmi proprietari, richiedono una validazione rispetto agli esiti clinici. La priorità della ricerca è dimostrare se questi strumenti aggiungano informazioni utili alla valutazione del rischio e se le decisioni basate sui loro valori migliorino la salute, evitando che il monitoraggio alimenti ansia e accertamenti senza un beneficio dimostrato.
Bibliografia
1. Kantrowitz AB, Ben-David K, Morris M, et al. Pulse rate variability is not the same as heart rate variability: findings from a large, diverse clinical population study. Frontiers in physiology 2025;16:1630032.
2. Xu S, Liu H, Liu Z, et al. Accuracy of photoplethysmography-derived pulse rate variability compared with electrocardiography-derived heart rate variability: a systematic review and meta-analysis. Sensors 2026;26(16):5192.5.
3. Tegegne BS, Said MA, Ani A, et l. Phenotypic but not genetically predicted heart rate variability associated with all-cause mortality. Commun Biol 2023;6(1):1013.





