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AIFA approva l’acido bempedoico per il trattamento dell’ipercolesterolemia

A cura di Livia Costa By 13 Marzo 2023Giugno 22nd, 2023No Comments
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AIFA acido bempedoico

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha appena approvato la rimborsabilità di un nuovo trattamento first-in-class, l’acido bempedoico, disponibile in formulazione singola (nome commerciale: Nilemdno) o in un’associazione a dose fissa con ezetimibe (nome commerciale: Nustendi), in monoterapia oppure in combinazione, utile a ridurre i livelli di colesterolo LDL.

L’acido bempedoico è un profarmaco che, attivato a livello epatico, agisce a monte del target delle statine inibendo selettivamente l’ATP citrato liasi (ACL), enzima coinvolto nella produzione di colesterolo nel fegato.

L’associazione a dose fissa di acido bempedoico ed ezetimibe, invece, è un nuovo trattamento orale in monosomministrazione giornaliera che combina due metodi complementari per ridurre il colesterolo in una singola compressa orale da assumere una volta al giorno. L’acido bempedoico inibisce la produzione di colesterolo nel fegato, mentre l’ezetimibe riduce l’assorbimento del colesterolo alimentare nell’intestino.

Grazie al suo specifico meccanismo d’azione l’acido bempedoico non è attivo nel muscolo scheletrico, pertanto non si prevede che possa provocare effetti indesiderati muscolo-correlati, come ad esempio le mialgie.

Negli studi clinici condotti su oltre 4.000 pazienti a rischio alto e molto alto di eventi cardiovascolari, l’acido bempedoico ha dimostrato una riduzione ulteriore (dal 17 al 28%) del colesterolo LDL in aggiunta alle statine alla massima dose tollerata, con o senza altre terapie orali ipolipemizzanti. È stata inoltre osservata una riduzione di circa il 18% del colesterolo LDL con le statine ad alta intensità e una riduzione fino al 28% nei pazienti che non assumevano statine.

L’associazione fissa acido bempedoico/ezetimibe, invece, ha dimostrato una riduzione di circa il 38% del colesterolo LDL rispetto al placebo, in aggiunta alla terapia ipolipemizzante di background.

Furio Colivicchi, Presidente dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO), ha sottolineato quanto avere un armamentario terapeutico più ricco a disposizione, con farmaci che impattano poco dal punto di vista del rischio di effetti collaterali e che ampliano le possibilità di personalizzazione della cura, sia un’opportunità molto importante per i medici, per i pazienti e per la salute pubblica.

“L’acido bempedoico rappresenta un nuovo efficace strumento nell’armamentario terapeutico, soprattutto per i pazienti a più alto rischio cardiovascolare che non hanno raggiunto gli obiettivi terapeutici nonostante le terapie ipolipemizzanti in corso, e per i pazienti intolleranti”, ha aggiunto. “Questo farmaco ha il vantaggio di poter essere associato a qualsiasi terapia ipolipemizzante, di avere un buon profilo di tollerabilità e di essere facilmente accessibile dal momento che potrà essere prescritto sia dagli specialisti che dai medici di medicina generale”.

Le patologie cardiovascolari rappresentano oggi la prima causa di morte nel mondo, con una stima di circa 17,9 milioni di decessi ogni anno, di cui l’85% causati da infarto o ictus. In Italia, secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute, sono responsabili del 35,8% di tutti i decessi (32,5% negli uomini e 38,8% nelle donne), superando i 230.000 casi annui. Solo nel 2017, 47.000 dei decessi dovuti a patologie cardiovascolari sono stati attribuiti a ipercolesterolemia.

“L’evidenza è ormai chiara e indiscutibile: il colesterolo LDL è una causa diretta e comprovata di eventi come infarti, ictus e, quindi anche, di morte per malattie cardiovascolari su base ischemica. Di conseguenza, le ultime linee guida dell’European Society of Cardiology (ESC) invitano a ridurre il più possibile il colesterolo LDL nelle persone ad alto rischio” ha spiegato Marcello Arca, Past President della Società Italiana per lo studio della Aterosclerosi (SISA).

Secondo i dati della World Health Organization (WHO), in Europa il 54% della popolazione non rientra nei livelli target di colesterolo LDL raccomandati dalle nuove linee guida internazionali ESC/EAS 2019.

In Italia, oltre 1 milione di pazienti a rischio cardiovascolare elevato, pari a più dell’80% dei pazienti affetti da ipercolesterolemia, non riesce a raggiungere i livelli target di colesterolo LDL raccomandati (<55mg/dL nei pazienti a rischio molto alto e <70mg/dL per i pazienti a rischio alto), nonostante l’assunzione di terapie ipolipemizzanti, con conseguente aumento del rischio di eventi cardiovascolari quali infarto o ictus, responsabili dell’85% dei decessi causati da malattia ateromasica.

Le linee guida, oltre a definire i livelli target assoluti da raggiungere, indicano inoltre un impatto significativo dell’intervento terapeutico sui livelli di colesterolo LDL, nell’ordine del 50%. Il raggiungimento e il conseguente mantenimento dei livelli target è determinato in maniera fondamentale dall’aderenza alla terapia ipolipemizzante.

“L’ipercolesterolemia è una malattia silenziosa, perché non ha sintomi evidenti, ma ormai le evidenze scientifiche hanno dimostrato che contribuisce in modo sostanziale ad eventi come infarti e ictus, con un impatto devastante sulla vita dei pazienti e delle loro famiglie. Siamo sempre molto partecipi ogni volta che in Italia vengono messi a disposizione nuovi trattamenti che aiuteranno i troppi pazienti che risultato non aderenti ai trattamenti prescritti, spesso proprio a causa di effetti collaterali delle terapie, o che non riescono comunque a raggiungere i target ottimali di colesterolo LDL”, ha dichiarato Emanuela Folco, Presidente della Fondazione Italiana per il Cuore (FIPC) .“E contemporaneamente auspichiamo che si rinsaldi sempre di più la collaborazione di tutti gli attori coinvolti, affinché cresca in primis la consapevolezza del pubblico sui gravi rischi della ipercolesterolemia e si realizzi una più solida alleanza medico-paziente”.

La FIPC è nata con l’obiettivo di promuovere la cultura della prevenzione cardiovascolare primaria e secondaria, attraverso iniziative e campagne volte, tra le altre, a contrastare la mancata percezione dell’impatto reale dell’ipercolesterolemia, e la mancata aderenza terapeutica.

Cristina Meneghin, Responsabile della Comunicazione Scientifica della FIPC, ha illustrato i dati di un’indagine condotta prima della pandemia su 770 pazienti a rischio elevato, con ipercolesterolemia e almeno un altro fattore di rischio presente o comorbidità: più del 60% non era consapevole della propria condizione clinica, il 50% ignorava il valore assoluto del colesterolo e solo il 10% conosceva quello del C-LDL, e inoltre, solo il 40% conosceva i propri valori di colesterolo LDL. Al verificarsi di un evento cardiovascolare, il 40% di pazienti comunque continuava a sottostimare il rischio, con conseguente undertreatment: il 50% non aderiva alla terapia e oltre il 30% non era in trattamento ipolipemizzante.

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