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Scompenso cardiaco e colesterolo LDL elevato: come ottimizzare la gestione terapeutica

Intervista a Pasquale Perrone Filardi, Stefania Paolillo e Paolo Calabrò By 20 Dicembre 2023Gennaio 10th, 2024No Comments
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“Lo scompenso cardiaco è il prototipo delle malattie cardiovascolari croniche. Questo significa che, come qualunque malattia cronica, ha bisogno di una forte ed efficace interazione tra centri di ricovero, quindi ospedali, territorio e perfino il domicilio del paziente”.

In occasione dell’84esimo Congresso nazionale della Società Italiana di Cardiologia (SIC), il Presidente della società scientifica Pasquale Perrone Filardi ci ha spiegato come, nell’ottica di favorire l’ottimizzazione delle terapie per lo scompenso cardiaco e l’ipercolesterolemia, sia oggi fondamentale poter contare su un modello organizzativo che garantisca continuità nella gestione pre e post-dimissione.

“L’ottimizzazione della terapia nei pazienti affetti da scompenso cardiaco a frazione di eiezione ridotta è uno step fondamentale in questo tipo di patologia”, ha sottolineato Stefania Paolillo, cardiologa del Dipartimento di Scienze Biomediche Avanzate dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, la quale ha illustrato per noi un caso clinico che ben descrive il processo di implementazione della terapia con i quattro farmaci in grado di ridurre ospedalizzazioni e mortalità: beta-bloccanti, antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi, ACE-inibitori/ARNI e inibitori di SGLT2.

Nell’ottica di ottimizzare l’efficacia dei trattamenti, ha spiegato Paolillo, è importante che l’implementazione della terapia avvenga il più rapidamente possibile: entro le otto settimane secondo le linee guida dell’European Society of Cardiology sulla gestione dello scompenso cardiaco. “Perchè avere a bordo quattro farmaci, rispetto ad averne tre o due o a non averne nessuno, può ridurre la mortalità a lungo termine del 50% e le ospedalizzazioni per scompenso cardiaco fino al 70%”.

Ipercolesterolemia: come implementare la terapia con i siRNA

Un’altra classe di interventi associati a un beneficio clinico indiscutibile riguarda la riduzione dei livelli di colesterolo LDL per la prevenzione degli eventi cardiovascolari. “Si tratta di risparmiare morti, ictus e infarti del miocardio – ha spiegato Perrone Filardi – oltre alle rivascolarizzazioni. Quindi questi pazienti devono essere trattati al meglio”.

Spesso, purtroppo, il trattamento dell’ipercolesterolemia si caratterizza invece per un’aderenza terapeutica insufficiente, con molti pazienti che non riescono così a raggiungere i livelli target di colesterolo LDL. In questo senso, una svolta potrebbe giungere dalle nuove terapie avanzate per la riduzione del colesterolo, come il siRNA inclisiran. Uno dei vantaggi di questo approccio è infatti il suo meccanismo d’azione, il quale lo rende in grado di agire sui livelli di colesterolo LDL in maniera sostenuta nel tempo. Di conseguenza inclisiran viene somministrato con due iniezioni sottocutanee all’anno.

“Nel setting dei pazienti ad alto rischio cardiovascolare le terapie ipolipemizzanti vanno implementate in una fase precoce, quindi con il concetto di the earlier, the better […]”, ha spiegato Paolo Calabrò, responsabile del Dipartimento Cardio-Vascolare dell’Azienda Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta. “E quindi in particolare nei pazienti post sindrome coronarica acuta l’impegno dev’essere quello di ottimizzare la terapia già al momento della dimissione”.

Un altro concetto importante, ha spiegato Calabrò, è quello di “non aver paura di ridurre troppo i livelli di colesterolo LDL. Ormai ci sono dimostrazioni scientifiche internazionali che rassicurano la nostra comunità: anche livelli che prima ritenevamo non raggiungibili, o persino dannosi per i nostri pazienti, non lo sono affatto”.  Da qui l’interesse della comunità cardiologica nei confronti di inclisiran, il quale a fronte di una somministrazione molto dilatata nel tempo è risultato in grado di ridurre del 50% i livelli di colesterolo LDL in aggiunta alla terapia di background.

Si tratta di terapie che, come ha sottolineato anche Perrone Filardi, “hanno un aderenza e quindi un’accettazione da parte dei pazienti altissima. Questo è quello che noi dobbiamo fare: sfruttare al meglio ciò che la ricerca ci ha fornito e che sembra essere un passo in avanti in termini di aderenza. Perché l’aderenza è il tallone d’Achille di qualunque intervento terapeutico farmacologico”.