
Il monitoraggio continuo del glucosio (CGM) nelle persone con diabete di tipo 2 trattate con sola insulina basale, eventualmente associata a farmaci non insulinici, è legato a esiti clinici migliori nel lungo periodo? I dati di un’analisi statunitense – presentati al congresso EASD 2026, in corso a Milano – mostrano un’associazione con una minore mortalità e con meno eventi macrovascolari, ma non consentono di attribuire questi benefici al dispositivo.
Il gruppo guidato da Jochen Seufert, dell’Università di Friburgo, ha utilizzato le cartelle cliniche elettroniche della piattaforma Truveta per condurre una target trial emulation: uno studio osservazionale progettato per riprodurre alcuni aspetti del confronto tra trattamenti di un trial. Sono stati confrontati 13.935 adulti che avevano ricevuto una prima prescrizione di CGM e altrettanti non utilizzatori. I gruppi erano appaiati per 29 caratteristiche iniziali, tra cui età, durata del diabete, HbA1c, comorbilità, terapie e frequenza di utilizzo dei servizi sanitari. L’età media era di 58 anni e il 47% dei partecipanti era costituito da donne.
A 12 mesi, la mortalità per tutte le cause era dell’1,16% tra gli utilizzatori di CGM e del 2,09% tra i non utilizzatori. A 24 mesi le percentuali erano rispettivamente del 2,12% e del 3,26%, con un rischio relativo inferiore del 35% nel gruppo CGM.
La stessa direzione emergeva per i primi eventi macrovascolari, definiti nello studio includendo infarto, scompenso cardiaco, ictus o attacco ischemico transitorio e arteriopatia periferica. A un anno si erano verificati nell’1,03% degli utilizzatori di CGM e nell’1,39% dei non utilizzatori; a due anni nell’1,64% e nel 2,17%. Le differenze relative erano del 26% e del 24%. Tra chi aveva già avuto un evento, il rischio di recidiva risultava inferiore del 35% a 12 mesi e del 36% a 24 mesi. Anche i ricoveri per scompenso cardiaco erano meno frequenti nel gruppo CGM, con differenze relative del 54% e del 47% ai due intervalli.
I risultati sono rimasti coerenti nelle analisi di sensibilità, comprese quelle che escludevano il periodo della pandemia e i decessi avvenuti nei primi 90 giorni. Resta però possibile che fattori non misurati abbiano contribuito alle differenze osservate. Lo studio non ha inoltre valutato come siano cambiate le terapie e le condizioni cliniche durante il follow-up. I dati rafforzano l’interesse per il CGM in questa popolazione, ma serviranno studi prospettici per chiarire se il suo impiego possa ridurre direttamente eventi cardiovascolari e mortalità.




