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EMPACT-MI: risultati contrastanti dall’impiego di empagliflozin dopo un infarto miocardico

Redazione By 7 Aprile 2024No Comments
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Un trattamento con empagliflozin dopo un infarto miocardico non ha avuto effetto positivi su una misura composita di nuove ospedalizzazioni per scompenso cardiaco e mortalità per tutte le cause. Tuttavia, l’impiego dell’inibitore di SGLT2 è risultato associato a un miglioramento di una serie di esiti riguadranti lo scompenso cardiaco.

Sono stati presentati nel corso della prima giornata congressuale delle Scientific Sessions 2024 (ACC.24) dell’American College of Cardiology i risultati del trial EMPACT-MI, finanziato da Boehringer Ingelheim ed Eli Lilly e pubblicato simultaneamente sul New England Journal of Medicine (1).

Lo studio ha arruolato 6.522 persone (età media: 64 anni; 25% donne; 84% di etnia caucasica) trattate per un infarto miocardico acuto in 451 centri di 22 Paesi. I partecipanti non avevano precedenti di scompenso cardiaco ma presentavano almeno un fattore di rischio o un segno di una possibile disfunzione cardiaca, come una recente riduzione della frazione di eiezione del ventricolo sinistro fino a livelli inferiori al 45% e/o segni o sintomi di congestione che avevano richiesto un intervento terapeutico.

Entro 14 giorni dal ricovero per un infarto miocardico, metà dei partecipanti è stata assegnata a un trattamento con empagliflozin alla dose di 10 mg al giorno e l’altra a un placebo. I ricercatori hanno monitorato gli esiti per un follow up medio di poco meno di 18 mesi.

L’endpoint primario composito – prima ospedalizzazione per scompenso cardiaco o mortalità per tutte le cause – è avvenuto nell’8,2% dei soggetti che aveva ricevuto empagliflozin e nel 9,1% di quelli che aveva ricevuto un placebo. Una differenza, questa, risultata statisticamente non significativa (P=0,21). Non sono emerse differenze significative anche considerando il solo tasso di mortalità per tutte le cause, risultato pari al 5,2% nel gruppo empagliflozin e al 5,5% nel gruppo di controllo. Gli eventi avversi sono risultati consistenti con il profilo di sicurezza di empagliflozin e sono stati simili nei due gruppi di studio.

Tutti gli endpoint secondari relativi allo scompenso cardiaco sono risultati però significativamente ridotti tra i pazienti che avevano ricevuto empagliflozin. Ad esempio, coloro che avevano ricevuto l’inibitore di SGLT2 avevano il 23% in meno di probabilità di andare incontro a una prima ospedalizzazione per scompenso cardiaco (HR 0,77; IC 95% 0,30 – 0,98) e il 33% in meno di probabilità di sperimentare qualsiasi ospedalizzazione per scompenso cardiaco. In generale, il rischio composito di ospedalizzazioni totali per scompenso cardiaco e morte per scompenso cardiaco è risultato del 31% inferiore tra coloro che avevano ricevuto empagliflozin dopo l’infarto miocardico.

Infine, tra i pazienti che non assumevano terapie comuni per lo scompenso cardiaco come diuretici, ACE inibitori e ARNI al momento della dimissione ospedaliera iniziale, coloro che avevano ricevuto empagliflozin sono risultati significativamente meno propensi a iniziare tali terapie entro sei mesi dall’infarto miocardico.

Bibliografia

1. Butler J, Jones WS, Udell JA et al. Empagliflozin after Acute Myocardial Infarction. N Engl J Med 2024; DOI: 10.1056/NEJMoa231405.