“I cardiologi mi chiedono dove reperire le informazioni e si aspettano che io risponda Circulation, JACC e altre riviste, ma il luogo dove posso ottenere il massimo è Twitter”. Così si esprimeva John Mandrola, elettrofisiologo del Baptist Health Hospital di Louisville e blogger di fama internazionale, in un’intervista rilasciata a Cardioinfo nel 2015. Ebbene, da quel momento il social network dei cinguettii ha rivestito un ruolo sempre più importante all’interno della comunità medica e cardiologica, fino a diventare – quantomeno in alcuni contesti – uno strumento irrinunciabile.

Ormai da tempo, anche in campo sanitario l’utilizzo professionale dei social media è una realtà: ampliano e accelerano la diffusione delle informazioni, possono consentire esperienze educazionali più interattive e partecipate, possono potenziare le opportunità di cura. A patto, però, che li si sappia utilizzare. Il ricorso professionale ai social media appare in continua evoluzione anche tra i cardiologi. Oltre al ricorso alle piattaforme più tradizionali di contatto (in primo luogo, Facebook e YouTube), il cardiologo sta sempre più interessandosi anche alle possibilità offerte dal microblogging. Il cambiamento nel “punto di accesso” alle informazioni (dal computer allo smartphone che ormai tutti hanno in tasca) suggerisce di riconsiderare il format della comunicazione a vantaggio della sintesi: in Twitter, testi brevi, oggi di 280 caratteri al massimo (in origine, ancor meno: 140). Per lo più, si tratta di segnalazioni o di commenti: sui risultati di uno studio clinico, su una comunicazione congressuale, sull’approvazione di una nuova indicazione terapeutica di un farmaco, su notizie da siti professionali o generalisti.

In particolare, Twitter offre anche ai medici la possibilità di comunicare in modo rapido ed efficace con i propri pazienti e allo stesso tempo di entrare in contatto con colleghi provenienti da tutto il mondo. Capita sempre più spesso, ad esempio, che da discussioni nate intorno a un tweet si sviluppino vere e proprie relazioni e collaborazioni di natura professionale. Inoltre, questa piattaforma viene utilizzata sempre di più dai clinici per soddisfare le loro esigenze di aggiornamento professionale, in quanto permette di accedere in modo praticamente istantaneo alle evidenze scientifiche più recenti.

Negli ultimi anni, infatti, praticamente tutte le più rilevanti riviste scientifiche si sono dotate di un account Twitter, attraverso cui condividono i link agli studi da loro pubblicati, così come sono sempre più numerosi i profili che offrono sintesi e selezioni della letteratura scientifica. Il ricorso al social networking per aumentare l’impatto delle pubblicazioni sta diventando un passaggio obbligato per chi fa ricerca, anche grazie al fatto che diverse istituzioni già oggi danno valore ai nuovi “prodotti della comunicazione” nel processo di peer review. Inoltre, questo social network ha ormai un ruolo centrale nell’ambito di conferenze e congressi, dove viene utilizzato dai partecipanti (e dagli assenti) per condividere e commentare in tempo reale i dati presentati nelle sessioni. A dimostrazione di ciò, capita sempre più spesso che gli organizzatori dei meeting scientifici propongano un hashtag ufficiale attraverso cui raccogliere tutti i tweet riguardanti l’evento: quello dell’ultimo congresso dell’American Heart Association, ad esempio, era #AHA18.

Per analizzare questa tendenza, qualche mese fa un gruppo di ricerca dell’University of California ha realizzato uno studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Circulation: Cardiovascular Quality and Outcomes, dell’attività Twitter associata alle edizioni 2014, 2015 e 2016 di tre importanti convegni cardiologici americani: American College of Cardiology, Heart Rhythm Society e Transcatheter Cardiovascular Therapeutics. In particolare, i ricercatori hanno analizzato le variazioni nel tempo del numero di account Twitter, del numero di tweet e di quello di impression legati all’utilizzo degli hashtag ufficiali degli eventi (Es. #ACC14, #HRS2014, HTCT2014, #ACC15, ecc.).

I risultati hanno messo in evidenza un leggero calo nel numero dei partecipanti (fisici) ai tre congressi nel corso delle varie edizioni, dai 42.764 iscritti alle edizioni 2014 ai 40.954 delle edizioni 2016. Al contrario, nei tre anni il numero di account twitter che hanno utilizzato gli hashtag ufficiali dei congressi è più che triplicato, passando dai 3.212 profili del 2014 ai 10.362 del 2016. In modo simile è poi aumentato anche il numero di tweet contenenti l’hashtag dei tre meeting, passati dai 12.018 del 2014 ai 41.016 del 2016, e di impressions associate, passate dalle circa 100 milioni del 2014 a più di 240 milioni nel 2016. Inoltre, come sottolineato dagli autori della ricerca, “i tweet di natura scientifica hanno rappresentato la maggioranza (72%) di tutti quelli realizzati”, a dimostrazione che gli hashtag dei congressi erano stati utilizzati dagli utenti per discutere dei dati presentati durante le sessioni.

Gli autori concludono quindi che “l’utilizzo di Twitter nell’ambito di convegni nazionali non solo migliora la comunicazione ma può anche avere un effetto in termini educativi e di ricerca”. Un’evidenza, questa, che in alcuni contesti specifici – come ad esempio quello statunitense – è ormai ampiamente accettata. Anche in Italia, tuttavia, ci si sta accorgendo sempre di più delle potenzialità di questo strumento in ambito medico: sono sempre di più, infatti, i clinici italiani che si servono di Twitter per discutere e rimanere aggiornati sulle evidenze prodotte dalla ricerca scientifica e per entrare in interazione con i propri colleghi nell’ambito di convegni ed eventi particolari.

Fabio Ambrosino

▼ Tanoue MT, Chatterjee D, Nguyen H, et al. Tweeting the Meeting. Circulation: Cardiovascular Quality and Outcomes 2018; 11: e005018.